Certe volte una frase, magari pronunciata con la leggerezza di chi ha trascorso una serata allegra con un bicchiere di birra tra le mani, può essere il proiettile che sfiora un cuore un po’ ammaccato.
E allora quella piccola ferita si riapre; la ragione ti suggerisce di far finta di niente, di passare oltre, di non dare peso a quelle due parole che non avresti voluto sentirti dire.
Ma la ragione non sempre vince.
A volte è l’emotività a uscire vittoriosa dalla partita, la ragione si mette in disparte come una di quelle giocatrici perdenti e un po’ codarde. E’ lì che arriva il tempo dell’intimità tra le parte di te con cui sei in sintonia e quell’altra che, come se fosse un aggeggio difettoso, spesso ignori di avere.
Stanotte le due “me” hanno dialogato un po’, prima si sono annusate a distanza, poi hanno discusso come due sorelle imbronciate e alla fine si sono riappacificate diventando anche un po’ amiche.
In questa notte un po’ insonne ho riscoperto quel lato universale del carattere dell’uomo che si chiama fragilità. Mi sono permessa di essere fragile e, proprio grazie a questa piccola concessione che mi sono fatta, ho scavato a fondo dentro il mio malumore.
E’ stata una gran nottata, un momento impensabilmente intenso. E ora?
Ora sorrido: ci vuole più coraggio a lasciarsi andare alla debolezza della propria natura che ad atteggiarsi a indistruttibili e corazzati uomini-tartaruga con il guscio duro e il passo lento e costante di chi prende la vita come una monotonia immodificabile.
Per questa volta, un po’ coraggiosa lo sono stata anch’io.
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