Il passo dalla cronaca di una tragedia alla teatralizzazione del dolore è davvero troppo breve in questa Italia sensazionalista e povera di spirito.
Uccidere a colpi di telecamera la dignità di una popolazione distrutta è cosa tanto facile quanto miserevole, e i nostri così popolari e populisti operatori televisivi ci sono riusciti alla grande.
Una catastrofe, questa del terremoto, che non è altro se non la cartina tornasole dell’arretratezza di questo paese, da tutti i punti di vista.
Il momento di guardarsi allo specchio è arrivato da tempo, ma nemmeno tutte queste morti evitabili serviranno a rendere l’Italia un paese degno di essere definito evoluto.
Dopo aver rabbiosamente spento una Tv che per giorni non ha fatto altro che amareggiarmi in modo via via più violento, mi sono immersa in un brano che mi è tornato alla mente nel momento in cui ho appreso la notizia.
Quando credi d'esser sola
su un atollo in mezzo al mare
quando soffia la tempesta
e hai paura di annegare
chiama, chiama piano.
Ascolto le parole di questa canzone pensando all’oggi e al domani in quelle terre. Mi immagino il momento in cui su di loro calerà il sipario per lasciare spazio alla solitudine e alle fatiche della ricostruzione. A una ricostruzione che non sarà solo edilizia, no, ma che dovrà essere soprattutto psicologica: un duro percorso per la riconquista della serenità.
Ce la faranno, tutti insieme.